
Quando si arriva in una comunità nuova, la prima cosa che si fa è capire come si vive. Quali sono le abitudini, le usanze, i comportamenti. Ad esempio, se le auto non suonano al semaforo appena diventa verde e se si fermano per farti attraversare sulle strisce. Se fanno la raccolta differenziata oppure se non interessa a nessuno che si finisca per mettere l’umido insieme alla plastica. Naturalmente, se in quella comunità devi viverci, ti adegui: cerchi di conformarti alle usanze del posto e, piano piano, abbandoni le tue vecchie abitudini.
Dopo la vergognosa partita di Cagliari, io mi chiedo cosa abbiano pensato i nuovi arrivati vedendo giocare i senatori o, più in generale, chi era già presente l’anno scorso. Fossi in Monteiro, tanto per citare l’ultimo arrivato, l’impressione che avrei è che nel Lecce si giochi affidandosi alla fortuna: il colpo di testa miracoloso, come è successo a Venezia, oppure l’arrembaggio dell’ultimo minuto alla ricerca del rimpallo che possa salvare una partita.
E la lotta, la cattiveria agonistica, la fame? Beh, per quelle magari c’è tempo. Tanto il campionato è lungo e ogni anno, alla fine, il Lecce si salva, perché così è stato negli ultimi quattro anni.
Insomma, se fossi un nuovo acquisto, capirei questo della mia nuova squadra. D’altra parte, se non sono i “vecchi” a dare l’esempio, chi sono i nuovi arrivati per cambiare le cose? Se non sono i senatori i primi a correre dietro a un avversario, perché dovrebbe farlo Fatah o Ilić?
Le abitudini si apprendono e si fanno proprie nel luogo in cui ci si trasferisce. Quelle buone, ma soprattutto quelle sbagliate.



